Convinti che la persona, nonostante le sue spinte egoistiche, si realizza in un rapporto solidale, di apertura disinteressata all’altro, capace di suscitare reciprocità, sentiamo l’esigenza e la responsabilità di formulare una comune analisi della presente globalizzazione economica ed una comune proposta di un agire economico, personale e sociale, capace di orientare ad una globalizzazione solidale, verso un mondo unito.
LA GLOBALIZZAZIONE
Mentre non si può negare che l’evento della globalizzazione ha indotto in molti paesi una crescita del benessere ed un aumento della ricchezza mondiale, è evidente che esso sta provocando conseguenze inaccettabili, come la crescente concentrazione del potere economico nelle mani di pochissime persone e società multinazionali.
Tale concentrazione arriva a condizionare il potere politico, spesso impedendogli di realizzare il suo compito di custode del bene comune: il risultato è una società in cui convivono ricchezze e povertà estreme, mentre vengono messi in secondo piano l’importanza di beni pubblici fondamentali come l’ambiente, ed in troppe parti del mondo si negano i diritti umani più elementari, il diritto ad una vita dignitosa, all’auto determinazione, alla salute, al lavoro ed alla pace.
Ne consegue da un lato la crescente reazione di chi è sfruttato, emarginato, non considerato, che potrebbe sfociare in una rivolta mondiale, mentre molti, anche tra coloro che non sono afflitti da problemi economici, spesso sperimentano alienazione, insicurezza, mancanza di speranza.
Sentiamo quindi di dover mettere in discussione la cultura economica che oggi informa la globalizzazione, la cultura che sta dietro le scelte dei cittadini, il modo di operare delle imprese, l’azione amministrativa ed il disegno delle istituzioni.
Una cultura che spesso riduce i rapporti tra le persone unicamente ad uno scambio interessato, riduce le aspirazioni umane alla sola ricerca di un maggior reddito, riduce la società ad uno spazio anonimo in cui si tende alla affermazione individualistica, nella illusione di una parità di opportunità per singoli e popoli che è smentita dai fatti.
Sentiamo necessario far sentire alte le ragioni della società civile che si ribella a questo evolversi mondiale governato dal pensiero unico della ideologia liberista, che teorizza una sorta di darwinismo sociale, in cui i più forti prevalgono, disinteressandosi, o al massimo avendo un po’ di compassione, per chi rimane indietro.
Sentiamo quindi necessario che la società civile interpelli il potere politico, orientandolo e sostenendolo affinché la globalizzazione sia governata dalle ragioni del bene comune dei cittadini del mondo intero, che diventi cioè una globalizzazione solidale.
UNA NUOVA CULTURA
Arricchiti dall’esperienza di vita di quanti operano in progetti di economia solidale quali l’Economia di Comunione nella Libertà, che coinvolge già 750 aziende nel mondo, e dall’esperienza di quanti operano nella cooperazione allo sviluppo nello spirito di una pari dignità tra popoli, vogliamo impegnarci con l’azione e con la riflessione a far crescere e a diffondere una “cultura economica della condivisione”.
Una cultura che si esprima in uno stile di consumo sobrio e critico, rispettoso delle risorse comuni dell’umanità - e della naturale aspirazione ad una sostanziale uguaglianza con gli altri uomini - ed in un uso responsabile della propria ricchezza, affinché essa serva alla promozione del bene comune.
Una cultura che spinga ad un ruolo attivo in iniziative economiche per il bene comune, creando posti di lavoro e rispondendo a bisogni irrisolti delle persone e della comunità, anche condividendo le proprie risorse con l’altro nel bisogno, in un rapporto di pari dignità.
Ci rivolgiamo quindi alla società civile mondiale, in particolare ai giovani e le loro organizzazioni, i più interessati ad un futuro di sviluppo, in cui alla insicurezza e mancanza di speranza si possano sostituire la pace e la felicità della comunione tra persone unite da un comune destino.
Ci rivolgiamo, tramite la società civile, ai governi di tutto il mondo, ed in particolare a quelli che dispongono di maggior potere internazionale, che si riuniranno a Genova prossimamente, chiedendo che tengano presenti - in vista della loro particolare responsabilità sui destini del pianeta - le istanze e le proposte di questo documento.
LE PROPOSTE AI GOVERNI, ALLA SOCIETÀ CIVILE ED ALLA “BUSINNESS COMMUNITY”
Il peso degli interessi del debito estero dei paesi in via di sviluppo, la impossibilità che essi si riducano nel tempo per gli effetti perversi della speculazione internazionale, e le barriere doganali poste ai prodotti dei paesi in via di sviluppo verso i mercati del mondo industrializzato, sono a nostro parere i principali ostacoli che impediscono di assicurare a tutti gli abitanti del pianeta una vita dignitosa ed un futuro autonomo. Proponiamo quindi:
A – Ridurre il debito estero dei paesi in via di sviluppo.
Crediti ottenuti nei passati decenni si sono trasformati, per decisioni di politica monetaria di paesi industrializzati, in debiti non più restituibili, perché enormemente dilatati dall’aumento dei tassi, verificatosi soprattutto verso i paesi le cui monete sono diventate obiettivo della speculazione internazionale.
Mentre si plaude alle decisioni dei paesi creditori di cancellare i debiti dei paesi più poveri, soprattutto quando le risorse risparmiate dai paesi debitori sono destinate ad opere sociali nei settori della sanità, della formazione e delle infrastrutture, si chiede ai governi di trovare risorse o meccanismi per ridurre il rilevante costo del debito dei grandi paesi emergenti, che oggi comprime le spese per la salute e la formazione delle nuove generazioni.
B – Eliminare le barriere doganali ai prodotti dei paesi in via di sviluppo
Per aiutare i paesi in via di sviluppo ad assumere un ruolo di pari dignità in un mondo globalizzato, auspichiamo che i paesi più industrializzati eliminino progressivamente le attuali barriere doganali a protezione delle produzioni interne, trovando altre vie per proteggere, tra le coltivazioni agricole che ne soffrirebbero, quelle che sono ritenute necessarie alla salvaguardia del territorio.
C – Tassare i movimenti di capitale a favore degli ultimi
La speculazione internazionale negli ultimi dieci anni si è trasformata, da strumento utile all’attività produttiva e commerciale, ad una attività autonoma che ormai interessa oltre il 95 % dei movimenti di capitale.
Il denaro da strumento dell’economia si è trasformato in merce che oggi è possibile scambiare senza regole ed oneri, in una attività che rende più difficile la produzione di ricchezza reale e la restituzione dei debiti del passato.
Raccomandiamo quindi caldamente un intervento concertato dei governi, iniziando dall’Europa e dai paesi emergenti, per una imposizione fiscale su tali movimenti, di dimensione tuttavia che non incida sugli investimenti internazionali ed il commercio.
Le risorse che gli stati ne ricaverebbero, potrebbero in parte sostituire imposte oggi chieste ai cittadini ed in parte essere utilizzate, in un’ottica di equità e solidale saggezza, per ridurre il peso degli interessi del debito internazionale dei paesi in via di sviluppo, in modo che essi possano iniziare un serio programma di restituzione dello stesso.
Chiediamo quindi ai responsabili dei governi di abbandonare le preclusioni ideologiche che fino ad oggi hanno frenato tali provvedimenti, considerando che essi non sarebbero interferenze statali nell’economia, ma un atto di giustizia.
Un modo per rimborsare i costi che la speculazione induce destabilizzando le monete, e facendo crescere i tassi di interesse di chi ha bisogno di denaro per produrre beni reali. Siamo lieti di sapere che alcuni paesi hanno in programma leggi orientate in tal senso.
Le obiezioni che sarebbe difficile applicare una tale imposizione e che essa potrebbe essere facilmente evasa, davanti agli strumenti telematici ormai a disposizione del sistema finanziario internazionale, non sono più sostenibili.
D - Iniziare dalla società civile
Il potere economico e finanziario certamente frenerà a procedere in tal senso e tali leggi non saranno applicate in tempi brevi. Rimangono però un problema immediato, per centinaia di milioni di essere umani, la sofferenza e morte per fame, la mancanza di cure sanitarie, di lavoro e di una istruzione che dia ai giovani prospettive per il futuro.
Pensiamo quindi che la società civile non può limitarsi a chiedere ai governi di intervenire, e neppure a sole manifestazioni di dissenso, pur utili a portare in luce questi temi davanti alla pubblica opinione.
La società civile deve considerare che dispone di altri mezzi che possono incidere con efficacia sui meccanismi della globalizzazione: ogni cittadino quale consumatore - e quale investitore dei propri risparmi - dispone di un grande potenziale di indirizzo sull’economia, efficace se la consapevolezza di possederlo si diffonde e si creano le condizioni per esercitarlo.
Un potenziale esercitato non già contro il sistema, ma contro le sue attuali tendenze di ricerca esclusiva del profitto immediato, prive di quella visione a lungo termine che è necessaria ad evitare nel lungo periodo crisi economiche, instabilità sociale e disastri ambientali.
Le esperienze di economia solidale dimostrano che anche in economia si può crescere e realizzarsi condividendo il frutto del proprio lavoro con gli ultimi e per promuovere una cultura che punti ad un Mondo Unito.
Una strategia mondiale verso uno sviluppo economico sostenibile è sempre più al centro dell’interesse non solo della società civile e politica, ma anche di un crescente numero di società multinazionali i cui responsabili si preoccupano di prevedere gli ostacoli che potrebbero impedire la sopravvivenza delle loro attività nel lungo periodo.
Vi sono segni che alcuni responsabili di aziende di grande dimensione si orientano sempre più a prendere le decisioni in vista anche di prospettive di lungo termine e considerando la responsabilità sociale che è connessa con esse.
IL FONDO GIOVANI DEL MONDO
La proposta di un “Fondo Giovani del Mondo” è rivolta a tutti i cittadini ed a quei leaders illuminati che si confrontano con la propria responsabilità sociale.
Esso propone alle istituzioni finanziarie, alle società multinazionali ed a tutto il mondo economico di partecipare alla cultura del dare, “investendo” una piccola frazione del loro volume di affari per il bene delle prossime generazioni, introducendo nel contempo un importante elemento di lungo termine nell’attuale sistema finanziario.
Ecco le sue linee generali:
1. Le società commerciali, ad iniziare dalle più importanti multinazionali, sono invitate a destinare in modo costante, una frazione del loro movimento di capitali sul mercato internazionale (ad esempio tra lo 0,1 % e lo 0,05%) all’acquisto di quote del Fondo Giovani del Mondo.
2. La partecipazione al Fondo non sarebbe obbligatoria, ma i cittadini potrebbero utilizzare il loro potenziale di persuasione - quali consumatori ed investitori dei loro risparmi - per renderla più conveniente per le aziende.
3. Si creerebbe infatti il Marchio Fondo Giovani del Mondo, e le aziende che aderissero potrebbero utilizzare tale marchio per i loro prodotti e servizi, che i consumatori potrebbero privilegiare e gli investitori sostenere con i loro risparmi.
4. Inoltre verrebbe proposto ai governi di considerare i fondi investiti in tali sottoscrizioni quali costi aziendali, quindi non soggetti ad imposte.
5. Le quote del Fondo sarebbero rimborsate al loro valore nominale dopo 30 anni, ma potrebbero essere immediatamente negoziate quali strumenti finanziari.
6. Il Fondo Giovani investirebbe le sue risorse:
a) Per un terzo per fornire alle giovani generazioni svantaggiate del mondo cibo, cure mediche ed educazione nelle scuole primarie e secondarie tramite ONG ed Agenzie dell’ONU attive nella cooperazione internazionale
b) Per un terzo per finanziare progetti educativi e sanitari dei governi, gestiti assieme ad ONG ed Agenzie dell’ONU, privilegiando le iniziative di ONG locali, in modo da sviluppare professionalità locali e ridurre la dipendenza.
c) Il rimanente terzo sarebbe investito in strumenti finanziari in un’ottica di profitto a lungo termine:
- Per sostenere - acquisendo azioni di importanti società multinazionali ed esercitandovi una presenza azionaria attiva - i leaders di quelle società con visioni a lungo termine ed attenti alle responsabilità sociali aziendali
- Per acquisire foreste e riserve naturali, assieme a giacimenti di minerali, di petrolio e di gas naturale, in particolare in periodi di eccedenze di mercato, per ridurre crolli dei prezzi delle materie prime, che spesso inducono crisi finanziarie nei paesi esportatori.
7. Il Fondo sarebbe diretto da un Consiglio composto da:
a) Esperti nominati dai governi che accettassero di concedere i suddetti incentivi fiscali, che dovrebbero essere scelti tra le persone segnalate dalle ONG attive in campo sociale nei paesi stessi.
b) Esperti nominati dalle organizzazioni degli azionisti.
c) Esperti dello sviluppo nominati da ONG internazionali per le loro attività per la pace e la giustizia sociale.
8. Il Fondo sarebbe controllato da un comitato di sorveglianza creato dai governi che agevolano l’iniziativa, costituito da figure di rilevo internazionale nel campo del progresso sociale e del volontariato.
La creazione di un tale Fondo significherebbe un importante passo in avanti verso un mondo più unito. Essa diverrebbe un tangibile segno di speranza per l’umanità, perché dimostrerebbe che le potenzialità della globalizzazione economica non portano obbligatoriamente a squilibri sociali e distruzione ambientale.
Al contrario, il Fondo dimostrerebbe che le forze della creatività che hanno suscitato il presente sistema economico globale, possono essere animate da uno spirito di solidarietà e di determinazione nel creare un mondo più equo, pacifico ed ambientalmente sostenibile per l’oggi e per il domani.
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