17 December 1996, Paris

Premio UNESCO per l'educazione alla pacelogo: mondo a colori

Signor Direttore generale dell'UNESCO,
Signor Presidente della Giuria Internazionale,
Eccellenze, Signore, Signori,

anzitutto un deferente saluto a tutti ed un sentito ringraziamento a quanti, in quest'anno 1996, hanno pensato di attribuire a me il prestigioso premio UNESCO per l'educazione alla pace.

Mi permetto ora di offrire a questo nobile consesso qualche pensiero.

Non parlerò del Movimento dei Focolari nella sua storia e nella sua struttura, Movimento che è uno strumento per portare in questa nostra epoca - assieme a molte altre benemerite e preziose organizzazioni, iniziative, opere - l'unità e la pace nel nostro pianeta. Su questo già si è soffermata la loro attenzione, come risulta dalla motivazione per l'assegnazione del premio.
Voglio piuttosto parlare del segreto della sua riuscita.

Esso sta in una nuova linea di vita, in uno stile nuovo assunto da milioni di persone che, ispirandosi fondamentalmente a principi cristiani - senza trascurare, anzi evidenziando, valori paralleli presenti in altre fedi e culture diverse - ha portato in questo mondo, bisognoso di ritrovare o di consolidare la pace, pace appunto e unità.
Si tratta di una nuova spiritualità, attuale e moderna: la spiritualità dell'unità.

Ma l'unità, e la pace che ne consegue, sono di attualità?
Come tutti sappiamo e possiamo costatare, oggi il mondo è caratterizzato da tensioni: fra sud e nord; nel Medio Oriente, nell'Africa; da guerre, minacce di nuovi conflitti, e da altri mali tipici della nostra epoca. E' così. Eppure, nonostante tutto, oggi, paradossalmente, sembra che il mondo tenda all'unità e quindi alla pace: è un segno dei tempi.
Lo dicono, ad esempio, i numerosi enti e organizzazioni internazionali.
Nel mondo politico, come in Europa, lo dicono gli Stati che tendono ad unirsi.
Lo dice nel mondo religioso la "Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace" e particolarmente, nel mondo cristiano, lo afferma lo Spirito Santo, che spinge le varie Chiese e comunità ecclesiali all'unificazione, dopo secoli di indifferentismo e di lotta.
Lo sottolinea il Consiglio Ecumenico delle Chiese e lo ha detto il Concilio Vaticano II, i cui documenti tornano ripetutamente su quest'idea.
Hanno detto ancora questa tensione del mondo all'unità, ideologie, ora in parte superate, che pure tendevano a risolvere i grandi problemi di oggi in maniera globale.
Favoriscono poi l'unità i moderni mezzi di comunicazione, che portano tutto il mondo in una comunità o in una famiglia.
Sì, c'è nel mondo questa tensione. Ed è in questo contesto che va visto anche il Movimento dei Focolari e la sua spiritualità.

Essa non è vissuta soltanto singolarmente, ma comunitariamente, da più persone insieme. Ha, infatti, una spiccata dimensione comunitaria.

Affonda le sue radici in alcune parole del Vangelo, che si inanellano l'una nell'altra.
Ne cito qui soltanto alcune.

Suppone anzitutto per coloro che la condividono, una profonda considerazione di Dio per quello che è: Amore, Padre.
Come si potrebbe, infatti, pensare la pace e l'unità nel mondo senza la visione di tutta l'umanità come una sola famiglia? E come vederla tale senza la presenza di un Padre per tutti?
Domanda, quindi, di aprire il cuore a Dio Padre, che non abbandona certo i figli al loro destino, ma li vuole accompagnare, custodire, aiutare; che, perché conosce l'uomo nel più intimo, segue ognuno in ogni particolare, conta persino i capelli del suo capo...; che non carica pesi troppo gravosi sulle sue spalle, ma è il primo a portarli.
Egli non lascia alla sola iniziativa degli uomini il rinnovamento della società, ma se ne prende cura.
Credere al Suo amore è l'imperativo di questa nuova spiritualità, credere che siamo amati da Lui personalmente e immensamente.
Credere.
E, fra le mille possibilità, che l'esistenza offre, scegliere Lui come Ideale della vita. Porsi cioè intelligentemente in quell'atteggiamento che ogni uomo assumerà in futuro, quando raggiungerà il destino a cui è stato chiamato: l'Eternità.

Ma, è ovvio, non basta credere all'amore di Dio, non basta aver fatto la grande scelta di Lui come Ideale. La presenza e la premura di un Padre per tutti, chiama ognuno ad essere figlio, ad amare a sua volta il Padre, ad attuare giorno dopo giorno quel particolare disegno d'amore che il Padre pensa per ciascuno, a fare cioè la Sua volontà.

E, si sa che la prima volontà di un padre è che i figli si trattino da fratelli, si vogliano bene, si amino. Conoscano e pratichino quella che può definirsi l'arte di amare.
Essa vuole che si ami ognuno come sé, perché "Tu ed io - diceva Gandhi - non siamo che una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi".
Vuole che si ami per primi, senza aspettare che l'altro ci ami.
Significa saper "farsi uno" con gli altri, cioè far propri i loro pesi, i loro pensieri, le loro sofferenze, le loro gioie.

Ma, se questo amore dell'altro è vissuto da più, diventa reciproco.
E Cristo, il "Figlio" per eccellenza del Padre, il Fratello di ogni uomo, ha lasciato come norma per l'umanità l'amore vicendevole. Egli sapeva che era necessaria perché ci sia pace e unità nel mondo, perché vi si formi una sola famiglia.

Certo, per chiunque si accinga oggi a spostare le montagne dell'odio e della violenza, il compito è immane e pesante. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell'amore scambievole, della comprensione reciproca, dell'unità il movente essenziale della propria vita.
E perché questo? C'è un perché.
Un elemento ulteriore di questa nuova spiritualità, legato all'amore reciproco, preziosissimo, che sorprende e che meraviglia, è quello annunciato anch'esso dal Vangelo. Dice che, se due o più persone si uniscono nell'amore vero, Cristo stesso, che è la Pace, è presente fra loro e quindi in loro.
E quale garanzia maggiore, quale possibilità superiore può esistere per coloro che vogliono essere strumento di fraternità e di pace?

Questo amore reciproco, questa unità, che tanta gioia dà a chi la mette in pratica, chiede comunque impegno, allenamento quotidiano, sacrificio.
E qui appare, per i cristiani, in tutta la sua luminosità e drammaticità una parola che il mondo non vuole sentire pronunciare, perché ritenuta stoltezza, assurdità, non senso.
Questa parola è croce.
Non si fa nulla di buono, di utile, di fecondo al mondo senza conoscere, senza sapere accettare la fatica, la sofferenza, in una parola senza la croce.
Non è uno scherzo impegnarsi a vivere ed a portare la pace! Occorre coraggio, occorre saper patire.
Ma, certamente, se più uomini accettassero la sofferenza per amore, la sofferenza che richiede l'amore, essa potrebbe diventare la più potente arma per donare all'umanità la sua più alta dignità: quella di sentirsi non tanto un insieme di popoli l'uno accanto all'altro, spesso in lotta tra loro, ma un solo popolo.

Dio Padre inoltre non ci ha lasciato senza aiuti in questo arduo cammino. Conosciamo quelli che la Chiesa ha sempre a disposizione per i cristiani.
E non si può dimenticare Maria, amata, venerata, presente anche in altre Religioni, Maria, la madre di Gesù e di ogni uomo della terra. A Lei si può attingere ispirazione, conforto, sostegno: è compito di una madre comporre e ricomporre sempre la famiglia.

Questa spiritualità comunitaria non è legata necessariamente ad una Chiesa: è universale e può dunque essere vissuta da tanti.
Per essa, infatti, si sono aperti fecondi dialoghi con tutti gli uomini, con cristiani di molte Chiese, con credenti di diverse Religioni e con persone delle più varie culture, le quali trovano qui sottolineati i valori in cui credono e insieme ci si avvia a quella pienezza di verità cui tutti tendiamo.

Per essa, per questa spiritualità, oggi uomini e donne di quasi tutte le nazioni del mondo, lentamente ma decisamente stanno tentando di essere, almeno là dove si trovano, germi di un popolo nuovo, di un mondo di pace, più solidale soprattutto verso i più piccoli, i più poveri; di un mondo più unito.

Che Dio, Padre di tutti, voglia fecondare questi nostri sforzi, con quelli di quanti sono impegnati all'eccelso fine della pace. E che si possa, come ha detto Giovanni Paolo II all'ONU nel cinquantennio della sua fondazione (e che può essere di attualità ora nel cinquantennio della fondazione dell'UNESCO): "... Costruire nel secolo che sta per giungere e per il prossimo millennio una civiltà degna della persona umana, una vera cultura della libertà e della pace.
"Possiamo e dobbiamo farlo! - ha continuato - E facendolo, potremo renderci conto che le lacrime di questo secolo hanno preparato il terreno ad una nuova primavera dello spirito umano."

E anche il premio che ricevo oggi è devoluto al fine dell'unità e della pace. Esso servirà per costruire in una cittadella del Movimento in Asia, nelle Filippine, chiamata "Pace", una struttura utile al dialogo interreligioso.

Chiara Lubich


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